WILLIAM (da capo)
il pensiero è inferenziale.
l’attività stessa del pensare è il passare da un insieme definito di oggetti A ad un insieme definito di oggetti B. il processo di trasformazione lo chiamiamo “inferenza”; la coscienza dell’inferenza e l’inferenza, sono il pensiero. precisamente, il pensiero è uno strumento di trasmutazione. queste considerazioni, poi, non sono affatto inferenziali, esse sono nella grammatica del pensiero. questo si ottiene dall’osservazione, e non dall’implicazione, che ogni negazione o affermazione di tesi, implica un inizio e un arrivo: sia nei casi più complessi, in cui l’oggetto alpha si trasmuta nell’oggetto beta, sia nel caso più semplice in cui l’oggetto alpha è considerato alpha-vero. in ogni caso, il pensiero ha operato una trasformazione, e non di poco interesse.
ma cosa significa che il pensiero è inferenziale?
significa che ogni pensare è implicato e implica. questo porta il pensare nel binario del divenire: gli oggetti che erano non sono quelli di ora e quelli di ora non saranno quelli di dopo. il pensiero però non è temporale, ma inferenziale. le verità sono sempre eterne, anche se l’eternità sboccia in un momento storico ben determinato: quello che io implico come vero oggi, è sempre stato vero e sarà per sempre vero, nell’oggi. le verità sono inferenzialmente eterne, ma non temporalmente. è proprio qui il caso di usare il significato primo di eterno, e cioè di fuori dal tempo. non bisogna confondere l’eternità con la continua presenza nel tempo (solo in questo senso la verità è divina ed è nel divino). ma perché dico “eterno”? non è l’atto di pensare collocato nel tempo? non c’è un momento che ritagliamo nel tempo in cui diciamo di pensare? è vero. l’atto del pensare è collocato nel tempo, ma è la natura inferenziale del pensiero a spostare il contenuto del pensiero fuori dal tempo. se le inferenze sono un potere trasmutativo, una volta che abbiamo un oggetto nel pensiero, lo trasformeremo, e questa trasformazione è inferenzialmente immediata; i due oggetti, il primo implicante e il secondo implicato, sono coesistenti e copresenti nel pensiero: essi si appartengono l’uno all’altro. se chiamiamo F l’insieme delle operazioni inferenziali e con A l’insieme degli oggetti che prendiamo in considerazione F(A) = B quindi nella nostra mente si forma l’oggetto B; ma come A, anche B è un oggetto, e quindi è possibile la trasformazione F(B) = C; non solo. possiamo considerare A come dato (una stimolazione percettiva, una presa di posizione..), ma anche come non dato: e cioè come il risultato di un’implicazione. questo significa che deve esistere un Z tale che F(Z) = A; stesso discorso valga per Z.
qui raggiungiamo una prima conclusione, e cioè che il pensiero inferenziale o è fondato, o è inferenzialmente illimitato, a destra e a sinistra della catena. questo significa che, si potrà sempre continuare l’analisi e la sintesi di un insieme di oggetti tramite le inferenze, partendo da un qualsiasi punto-insieme. ma questi non sarà mai fondanto né fondante, e noi dovremo considerare il pensiero come vuoto. il pensiero fondato poi può essere solo di due tipi, e cioè dogmatico o circolare. il pensiero dogmatico parte da insieme di oggetti A, che vengono considerati in sé stessi e privi di bisogno di fondazione, e fondano il pensiero a destra; a sinistra, hanno il nulla. il pensiero circolare è il pensiero che partendo da un qualsiasi insieme di oggetti Q, applicando un numero finito di volte le inferenze F, raggiungerà un elemento P tale che F(P) = Q. possiamo allora dire che il pensiero è
1. illimitato a destra e a sinistra; e quindi vuoto.
2. dogmatico; allora l’affermazione dell’insieme di oggetti-principi, chiamati postulati, implicherà eternamente e immediatamente tutte le inferenze. il che significa che noi, data l’eternità del pensare, assunti i postulati, avremo già assunto tutte le conseguenze possibili, siano esse finite o infinite. la conoscenza è ridotta all’atto di fede iniziale e tutto il nostro pensare non è che un tradurre in nuove parole (in “complessi”) ciò che abbiamo già accettato senza nessun motivo inferenziale.
3. circolare; ma il ragionamento circolare è riducibile alla tautologia autorefenziale “questo insieme di oggetti è valido” perché qualsiasi punto-insieme del circolo giunge ad autodimostrarsi. il contenuto è sicuramente valido in ogni punto, non si pone mai un atto di fede esplicito, ma accettiamo un numero N (pari al numero di inferenze necessarie per concludere il circolo) di principi tutti autoaffermanti, e quindi postulati.
in tutti e 3 i casi, raggiungiamo il momento in cui la conoscenza si rivela come vuota. ma che la conoscenza sia un insieme vuoto di significato non impedisce, però, che il pensiero abbia una sua nobiltà, se non proprio una sua utilità. il pensiero trasforma e la trasformazione può velare aspetti irrilevanti dell’oggetto e svelarne i contenuti fondamentali. non a caso abbiamo chiamato la verità Aletheia. quello che il pensiero non può fare è determinare l’oggetto fondante inferenzialmente; e il pensiero, essendo solo inferenza, non ha altre modalità di accesso alla sua determinazione. in questo senso, e solo in questo, il pensiero è vuoto.
