DIALOGO SUI DUE MASSIMI SISTEMI DEL MONDO
sentieri interrotti nella selva e paludi della verità


March 2, 2010

WILLIAM (da capo)

il pensiero è inferenziale.
l’attività stessa del pensare è il passare da un insieme definito di oggetti A ad un insieme definito di oggetti B. il processo di trasformazione lo chiamiamo “inferenza”; la coscienza dell’inferenza e l’inferenza, sono il pensiero. precisamente, il pensiero è uno strumento di trasmutazione. queste considerazioni, poi, non sono affatto inferenziali, esse sono nella grammatica del pensiero. questo si ottiene dall’osservazione, e non dall’implicazione, che ogni negazione o affermazione di tesi, implica un inizio e un arrivo: sia nei casi più complessi, in cui l’oggetto alpha si trasmuta nell’oggetto beta, sia nel caso più semplice in cui l’oggetto alpha è considerato alpha-vero. in ogni caso, il pensiero ha operato una trasformazione, e non di poco interesse.

ma cosa significa che il pensiero è inferenziale?
significa che ogni pensare è implicato e implica. questo porta il pensare nel binario del divenire: gli oggetti che erano non sono quelli di ora e quelli di ora non saranno quelli di dopo. il pensiero però non è temporale, ma inferenziale. le verità sono sempre eterne, anche se l’eternità sboccia in un momento storico ben determinato: quello che io implico come vero oggi, è sempre stato vero e sarà per sempre vero, nell’oggi. le verità sono inferenzialmente eterne, ma non temporalmente. è proprio qui il caso di usare il significato primo di eterno, e cioè di fuori dal tempo. non bisogna confondere l’eternità con la continua presenza nel tempo (solo in questo senso la verità è divina ed è nel divino). ma perché dico “eterno”? non è l’atto di pensare collocato nel tempo? non c’è un momento che ritagliamo nel tempo in cui diciamo di pensare? è vero. l’atto del pensare è collocato nel tempo, ma è la natura inferenziale del pensiero a spostare il contenuto del pensiero fuori dal tempo. se le inferenze sono un potere trasmutativo, una volta che abbiamo un oggetto nel pensiero, lo trasformeremo, e questa trasformazione è inferenzialmente immediata; i due oggetti, il primo implicante e il secondo implicato, sono coesistenti e copresenti nel pensiero: essi si appartengono l’uno all’altro. se chiamiamo F l’insieme delle operazioni inferenziali e con A l’insieme degli oggetti che prendiamo in considerazione F(A) = B quindi nella nostra mente si forma l’oggetto B; ma come A, anche B è un oggetto, e quindi è possibile la trasformazione F(B) = C; non solo. possiamo considerare A come dato (una stimolazione percettiva, una presa di posizione..), ma anche come non dato: e cioè come il risultato di un’implicazione. questo significa che deve esistere un Z tale che F(Z) = A; stesso discorso valga per Z.

qui raggiungiamo una prima conclusione, e cioè che il pensiero inferenziale o è fondato, o è inferenzialmente illimitato, a destra e a sinistra della catena. questo significa che, si potrà sempre continuare l’analisi e la sintesi di un insieme di oggetti tramite le inferenze, partendo da un qualsiasi punto-insieme. ma questi non sarà mai fondanto né fondante, e noi dovremo considerare il pensiero come vuoto. il pensiero fondato poi può essere solo di due tipi, e cioè dogmatico o circolare. il pensiero dogmatico parte da insieme di oggetti A, che vengono considerati in sé stessi e privi di bisogno di fondazione, e fondano il pensiero a destra; a sinistra, hanno il nulla. il pensiero circolare è il pensiero che partendo da un qualsiasi insieme di oggetti Q, applicando un numero finito di volte le inferenze F, raggiungerà un elemento P tale che F(P) = Q. possiamo allora dire che il pensiero è

1. illimitato a destra e a sinistra; e quindi vuoto.
2. dogmatico; allora l’affermazione dell’insieme di oggetti-principi, chiamati postulati, implicherà eternamente e immediatamente tutte le inferenze. il che significa che noi, data l’eternità del pensare, assunti i postulati, avremo già assunto tutte le conseguenze possibili, siano esse finite o infinite. la conoscenza è ridotta all’atto di fede iniziale e tutto il nostro pensare non è che un tradurre in nuove parole (in “complessi”) ciò che abbiamo già accettato senza nessun motivo inferenziale.
3. circolare; ma il ragionamento circolare è riducibile alla tautologia autorefenziale “questo insieme di oggetti è valido” perché qualsiasi punto-insieme del circolo giunge ad autodimostrarsi. il contenuto è sicuramente valido in ogni punto, non si pone mai un atto di fede esplicito, ma accettiamo un numero N (pari al numero di inferenze necessarie per concludere il circolo) di principi tutti autoaffermanti, e quindi postulati.

in tutti e 3 i casi, raggiungiamo il momento in cui la conoscenza si rivela come vuota. ma che la conoscenza sia un insieme vuoto di significato non impedisce, però, che il pensiero abbia una sua nobiltà, se non proprio una sua utilità. il pensiero trasforma e la trasformazione può velare aspetti irrilevanti dell’oggetto e svelarne i contenuti fondamentali. non a caso abbiamo chiamato la verità Aletheia. quello che il pensiero non può fare è determinare l’oggetto fondante inferenzialmente; e il pensiero, essendo solo inferenza, non ha altre modalità di accesso alla sua determinazione. in questo senso, e solo in questo, il pensiero è vuoto.

February 9, 2010

LORENZO

Innanzi tutto ti pregherei di limitare al minimo le future non auspicabili esposizioni, analoghe a quest’ultima (la prima parte ovviamente), in quanto fuori dal piacere che traggo dalla discussione. Basta un anno a matematica e ti rovinano!

Io personalmente in questo apparente ordine ho trovato una gran confusione. Le cose si complicano e si mischiano: per necessità funzionale devi presupporre che siano date popolazioni e risorse.

Se intendi queste risorse come i veicoli delle idee: ogni idea è di una specie che ha necessità di risorse (altrimenti abbiamo visto che si estingue) queste risorse non possono essere nell’idea altrimenti non avrebbe senso individuare una “’abilità della specie di ottenere risorse”. Risorse che se sono minori della popolazione, portano alla sopravvivenza di quelle specie che hanno maggiore abilità di procurarsele ovvero? adattarsi alle condizioni di coloro che devono veicolarle! Perchè se questa abilità fosse basata solo su loro stesse non ci sarebbe nessun concetto di adattamento—->

Infatti la mia critica iniziale non era all’ipotesi memetica (prima che tu la scrivessi così ahah, che vuoi è il mio compito in questo luogo!), era al suo paragone con quella genetica coniugata al non riconoscimento del realismo. Cioè un ibrido del genere(schema), non va bene per un’evoluzione biologica in quanto tenta di identificare l’unico motivo di selezione come interno alla cosa. Per un’evoluzione memetica la cosa ha più senso, in quanto la selezione proviene dalle mutazioni negative e dalla competizione con le altre idee, ma potrebbe fare comunque perno sulle condizioni delle risorse (magari una possibile natura del veicolante, ma qui la cosa è davvero lunga, perchè dovrebbe essere una natura non derivante da idee!)

Quindi il paragone con l’evoluzione non è fattibile. Per quanto riguarda la teoria in sè, anche se non è necessaria (come per la biologia) una situazione reale che ponga una selezione, è altrettanto necessaria una dimensione esterna, da dove le idee/teorie possano “ottenere risorse” o che forse sarebbe più adatto dire che è la somma delle risorse. Non ha senso ottenere qualcosa che già si ha a un livello di sopravvivenza. L’altra opzione è che tutte le risorse siano date da sempre (ma comunque non collima con lo schema) e non permetterebbe la competizione.

Per quanto riguarda questa seconda parte discorsiva, posso capire che il Divenire non abbia uno statuto ontologico “esterno” ma che si articoli solo nel mutamento delle idee stesse. Devono sopravvivere alla condizione che permette di sopravvivere. La cosa è abbastanza paradossale. Se poi il divenire è qualcosa che non dipende da loro, ecco fatto ‘sta solita dimensione esterna.

Io ho inteso risorse come materia della specie sulla quale essa può esercitare la propria sopravvivenza. Quand’anche siano intese come banale nutrimento (stupidi omuncoli quali siamo che le credano vere) sarebbe proprio in relazione a queste condizioni “materiali” che esse ricavano la loro individuazione. Ed è sempre fuori dalla pura dimensione teorica.

So che è un’obiezione molto incasinata, ma nell’empito della programmazione (ahah) hai fatto un miscuglio tremendo!



***



La prima volta in cui si ha bisogno della verità è l’inizio dei tempi? Perchè se non è così, si presuppone una realtà precedente alla verità. Inoltre in un’ottica realista che una cosa sia creduta vera, non vuol dire che lo sia veramente.

(mi fa strano fare questi discorsi, sembro l’amico Marconi!)

Però in questo frangente vieni incontro alla mia istanza, qualsiasi teoria sulla verità si suppone vera. Quindi presuppone il proprio oggetto.

Secondo me sarebbe necessario definire bene cosa intendi per criterio di verità. Vado avanti.

Il criterio di verità può creare qualcosa che non concorda con lui?

Se tu sostieni che la realtà esterna non esiste, ma ci sono solo immagini che provengono da criteri e la cosiddetta realtà non è altro che la somma di queste costruita secondo gli stessi, allora come può un’immagine non concordare con il proprio criterio? (se mi rispondi a questo con le Ricerche filosofiche rosico eh XD, segui il tuo cuore!).

Inoltre cosa causerebbe la creazione di queste immagini se non “l’esterno”, si produrrebbero da sole? Tu mi risponderai l’empirico, non è forse esterno quello?

Io capisco che un metacriterio sia autoreferenziale, e quindi scegliere il criterio di verità più vero è un nonsenso però ora ti espongo un ragionamento.

Posto che la tua realtà è la costruzione secondo criteri di verità arbitrari (ignorando quindi la forte problematica delle immagini sopra esposta) hai due opzioni: ereditarli o crearli.

Qualora tu li ereditassi ciò presupporrebbe che qualcuno per primo li ha creati, o anche quando tu stesso ti trovassi a crearli, secondo quali modalità tale atto avverrebbe? E’ qualcosa di assolutamente arbitrario? Ebbene se ci fosse una regolamentazione ecco che non sarebbe più arbitrario l’atto creativo. Ci sarebbe un qualcosa di sempre “vero” in quanto essenziale.

Prima della creazione ingenua di un sistema epistemologico l’uomo era uomo, il mondo era mondo?

E quindi come detto sopra, esisteva un prima prelinguistico? Nella tua concezione evidentemente no.

Arrivando al punto del termine primitivo mi riallaccio alla citazione severiniana, perchè non me la hai considerata, siccome la ritengo pregevole a questi riguardi permettimi di recuperarla:

“…Anche la parola può essere segno di una parola…Ma anche in questo caso la volontà interpretante si arresta, di fatto, a una parola che non è a sua volta qualcosa di designato da un’altra parola…In quanto guidata da regole ogni interpretazione è una teoria il cui contenuto può sempre presentarsi, a sua volta, come una teoria. Ma ogni teoria rinvia a qualcosa che, pur potendo essere assunto a sua volta come una teoria, di fatto è assunto come qualcosa che è solo contenuto della teoria e non è a sua volta teoria. E’ questo contenuto a costituire il “dato” della teoria.”

Il segno primitivo. E’ qui che dico, se pure non si può dimostrare esternamente il rapporto di significanza, è proprio nella sua costituzione interna che il linguaggio fa riferimento al proprio esterno. Anche se esso lo costruisse, lo presenta comunque necessario.

Ogni linguaggio è privo di significato, come è possibile la comprensione? Nelle comunicazioni più elementari non c’è fraintendimento in merito all’azione. “Prendi il libro sul tavolo”?

Altro enorme problema. Come verrebbe appreso?

Io personalmente credo in un circolo ermeneutico. Non si da realtà senza linguaggio e linguaggio senza realtà. Proprio per la natura di entrambi. La domanda del Cratilo pronta a stordire le menti: Perchè il reale è nominabile?

Per quanto riguarda lo schema arlecchino, cominciamo a definire qualcosa:

Come può il nulla informarsi? Ogni forma non deve avere una materia, o essere in se come massimamente esistente? Come può un “qualcosa” disporsi nel Nulla? Un qualsiasi “qualcosa” non sarebbe tale una volta fuori dal Nulla? Cosa significa che il Nulla si “dispone”?

Tento un’interpretazione, tu dici che arbitrariamente c’è la creazione di un linguaggio personale. La comunicazione è frutto di un fraintendimento del primo linguaggio nel proprio, come allora possono esserci risultati pratici?

Il fatto che il linguaggio sia un continuo fraintendimento di significati, non vuol dire che esso non lo abbia, anzi è il contrario! Invece di uno ne ha molti.

E cosa importantissima, pur considerando plausibile il sistema continuo di fraintendimenti nella comunicazione/comprensione, esso potrebbe realmente sussistere solo se ci fosse una reale “cosa” facente perno per tutti i significati. (Mi ritrovo a fare queste considerazioni chiedendoti in seguito di definire bene linguaggio, in quanto una volta lo riduci a dimensione privata del singolo che condivide tempo ed epistemologia con l’altro e lo fraintende, una volta come linguaggio mitico avverso a quello razionale, quindi due modelli completamente diversi.)

Non è forse il costruttivismo più radicale quello che, per legittimare le proprio costruzioni reputa necessaria la realtà esterna??? Pensaci bene.

Altra cosa. Obiezione metafisica (brrr). Neghi la realtà esistente, ma accetti la sua determinazione

principale dopo l’essere, il nulla. Il nulla è inconcepibile senza l’essere, e non il contrario. Anche perchè nel linguaggio del quale disponi esso si afferma con Nulla è , nel senso che esso esiste, e in luogo di qualsiasi cosa. Per andare aldilà dell’essere come affermi, non dovresti lasciarti dietro anche il nulla? Non è solo un’inversione nello stesso sistema? E per di più paradossale.

Azzardo un esperimento: ognuno di noi vede dei colori. Immaginiamo che ognuno veda lo stesso colore in maniera diversa (ma sempre nello stesso modo per tutta la sua vita), quando nel processo educativo si indica quel colore come rosso (convenzionalmente), per ogni persona che lo vede esso sarebbe diverso. Ognuno però lo metterebbe dentro uno schema in relazione a tutti gli altri. In questo modo nella comunicazione non ci sarebbe alcun tipo di fraintendimento, anche se il rosso in sé cromaticamente non esistesse (a meno che non lo si intenda come la somma di tutte le possibilità cromatica di tutte le persone che lo vedono; se alcune persone tra di loro vedessero “realmente” lo stesso colore, comunque nell’impossibilità di comunicarlo; etc.). La fonte empirica a carattere non monocromatico esisterebbe, e quelle sensazioni ancorchè eterogenee avrebbero comunque bisogno di una provenienza esterna. (Risolto così il problema Brentano)

Mi fermo qua tanto da discutere ce ne è.

Dunque, siccome ci sono tantissime questioni ti pregherei di non trascurarne troppe, altrimenti mi ritroverei costretto a riproportele, non c’è fretta.

February 7, 2010

WILLIAM

inizio con un esempio molto spiccio, le simulazioni al computer dell’andamento evolutivo. costruisco un modello matematico semplice, ma considera che non tiene in considerazione di molti fattori (il cambiamento ambientale, per esempio), comunque irrilevanti per il nostro discorso. per ipotesi, si abbiano questi elementi:

- una popolazione iniziale Pop
- una quantità di risorse R
- l’abilità della specie di ottenere risorse A
- l’abilità della specie di riprodursi Q
- la probabilità di una mutazione M%
- la probabilità che la mutazione non sia mortale B%
- la sottoprobabilità P (P&B%) che la mutazione alteri l’abilità Q o A della specie
- il fattore di cambiamento di abilità dovuta alla mutazione F(mutazione)

dati questi elementi basta una funzione tempo chiamata T con queste regole:
- in assenza di competizione (Pop < R) ogni elemento ottiene 1r da R
- in competizione (Pop > R) gli elementi con A maggiore si nutrono per prima (sottraggono 1r da R per primi), gli ultimi rimangono non nutriti.
- ogni giorno senza risorse riduce di 1/2 l’abilità Q
- Q è il numero di figli al 6° giorno della vita dell’organismo (approssimazione per difetto)
- 5 giorni senza risorse significano morte dell’organismo
- quando nasce un organismo, applica la probabilità M
- se M(organismo) = 1, applica la probabilità B
- se B(organismo) = 0, eliminalo dalla conta. altrimenti applica la probabilità P&B
- se P&B(organismo) = 1, A(organismo) = F(A), Q(organismo) = Q(A)
- aggiungi 1 alla vita di ogni organismo
- elimina dalla conta gli organismi con vita 7.
- passa al giorno successivo

(ho scritto una bozza del programma ed è qui)

secondo queste regole, ti assicuro che ad un ragionevole scorrere del tempo (che dipende dai valori di R, A, Q, M, B e P), i valori A e Q cresceranno esponenzialmente (non ho fatto i calcoli e temo che per un tempo ragionevolmente alto, ci sia poi l’estinzione o un blocco dell’evoluzione ma ai fini del nostro esempio questo modello, che ho inventato sul momento, è sufficiente). avremo così un’evoluzione positiva di elementi teorici, “organismi”, che non esistono nella realtà, secondo leggi teoriche (la funzione tempo T), che non valgono nella realtà. potrai obiettare: ebbene, questo programma è comunque una disposizione di bit. allo stato attuale della discussione io accetto l’obiezione e ti posso far notare che gli stessi sistemi epistemologici sono disposizioni neuronali. il principio di autoconservazione non implica in nessun modo “una realtà come deve essere”. qui possiamo dire che Aristotele vide giusto. la legge non è un’entità a priori, a mò della eidos, che tiraneggia sulle cose sensibili. il principio di autoconservazione è nella cosa. infatti, la cosa, se non si autoconserva bene, sotto il pressare del Divenire (il vero grande problema), si estingue. la cosa che invece si autoconserva bene, riuscirà a preservarsi e a “trasmettere” la propria abilità. faccio un esempio. esiste un meme, chiamiamolo Kirillov, che induce il suo ospite al suicidio. questo è un carattere altamente non autoconservante, in quanto induce l’ospite, che deve trasmetterlo, alla morte. notare: questo è l’unico effetto (ci sono effetti come il sacrificio parentale che, in cambio della propria morte, preserva un buon numero di figli o parenti, che condividono lo stesso gene che induce il sacrificio parentale: questo significa che il sacrificio parentale si estende). ebbene, dopo la morte dell’ospite, Kirillov si è estinto. non ci saranno altri ospiti Kirillov, se non per fortuita ri-mutazione (ma questo è un altro discorso, e anzi un discorso pratico che a noi non interessa). questo è sufficiente per mostrarti come la selezione naturale, per come la intendo io, è del tutto slegata da una realtà fuori, si appoggia solo al Divenire e agli oggetti per come sono.

EDIT:
ho letto meglio la tua critica e forse l’ho fraintesa. ormai ho scritto la confutazione (quella sopra, il testo sotto è un’altra questione) e ho scritto persino un programma che mostri l’esistenza di una situazione simile. se questa seconda volta ho capito bene la tua critica starai pensando: forse non esistono materialmente, ma la legge che decide se questi oggetti si conservano o no è una legge reale. ecco, questo lo penserai lo stesso perché sei platonico e per te le “formule” sono “più reali” della realtà. a questo rispondo che le leggi sono una matematizzazione (e cioè un calcolo) umano su base empirica. sul piano filosofico sappiamo che degli oggetti con comportamenti x anziché y si conservano meglio. la legge d’autoconservazione è interna agli oggetti mentre la proposizione precedente, e cioè la “selezione naturale”, è ovviamente una relazione. io non ho mai negato le relazioni, anzi sono un caposaldo della mia teoria. se così ti è sembrato c’è stato un fraintendimento. comunque per le relazioni, il loro legame con la realtà e il fraintendimento vedi sotto.
/EDIT

* * *


quando scrivo che “l’affermazione della verità è totalmente arbitraria nel senso che ogni interpretazione la entifica”, intendo che la questione dell’esistenza della verità è autoreferenziale. esiste verità solo dove è un certo tipo di preposizione. se non ci fossimo mai posti una domanda (e questo è possibile) non ci saremmo mai posti il problema della verità. quanto poi l’uomo sia biologicamente indotto al domandare è una questione scientifica e non ce ne importa nulla. il punto è che la verità si forma nel momento in cui per prima volta c’è bisogno della verità.

Wittgenstein propone un modello-della-verità verificazionista:
TLP 2.21: “L’immagine concorda o non concorda con la realtà, essa è corretta o scorretta, vera o falsa”

io lo nego.
seguendo il lessico wittgensteiniano posso dire:
W 1: “le immagini sono plasmate nel linguaggio dai criteri di verità”
W 2: “un’immagine è vera nella misura in cui concorda con i suoi criteri di verità”

questo sottintende che ogni immagine è dipendente dai criteri di verità, e questo mi dà l’occasione di trasformare la teoria del TLP solo “un” caso, un caso particolare, della mia formulazione. infatti, secondo la mia formulazione, è il criterio a creare l’immagine (nello stesso senso in cui Wittgenstein assume che la realtà “crei” l’immagine) e l’immagine deve concordare col criterio. dolce e semplice. ora facciamo un passo successivo.

W 3: “i criteri di verità sono arbitrari”
W 4: “i criteri di verità sono simboli, e quindi entità linguistiche”
TLP 3.26: “Il nome non può ulteriormente smembrarsi mediante una definizione: Esso è un segno primitivo”

questi 5 punti sono sufficienti per una teoria costruttivista-nichilista. e qui ti rispondo al punto del linguaggio fondante non fondato (echi heideggeriani in sottofondo). Wittgenstein ci ha visto giusto. si deve arrivare ad una unità minima di significato, e cioè il nome, e questa unità minima o non ha significato, o deve prenderlo altrove. io propongo che ogni oggetto nella coscienza appartenga ad un linguaggio, che non esista un linguaggio privilegiato, e cioè

TLP 2.225: “Un’immagine vera a priori non v’è”

ogni linguaggio è privo di significato. è una disposizione del Nulla. ma questo nulla si dispone, e disponendosi crea degli ordini, o meglio disordini: “segnaposti del niente”. possiamo tracciare una mappa piena di simboli A, B, C, D, E e con le loro relazioni λ, σ, φ, π senza che A, B, C, D, E abbiano significato.





ora il momento focoso della mia risposta: io nego che tra raffigurante e raffigurato debba esserci qualcosa in comune. nego che esista una cosa chiamata “immagine logica”, e dico che la raffigurazione logica è una traduzione tra le altre e segue le stesse leggi che valgono per ogni traduzione. aggiungo:

W 5: “i linguaggi sono incommensurabili” (Brentano)
W 5.1: “i linguaggi possono non disporre dello stesso numero di elementi e di relazioni tra elementi. le relazioni tra gli elementi possono non coincidere”

che significa? che nel passaggio dal linguaggio L1 al linguaggio L2 noi non rispecchiamo i nomi e le relazioni in L1 con altrettanti e “sostitutivi” nomi e relazioni in L2. esempio. il linguaggio mitico tradotto nel linguaggio logico. perché la traduzione possa aver luogo, il mito deve venir razionalizzato (e quindi smettere di essere mito). esempio (più piccante). il linguaggio dell’empirico (=la realtà) e il linguaggio logico. quando avviene la traduzione noi formuliamo teorie, e kantianamente, modelliamo l’oggetto sulle forme a priori del soggetto.

il momento fondamentale.
gli errori di traduzione creano disordine nel disordine. i fraintendimento diventano necessari (non più possibili e determinati dall’ignoranza delle relazioni tra i simboli) perché non solo ogni ambito possiede un suo linguaggio ma ogni individuo possiede un linguaggio personale (Brentano). io ti traduco e tu mi traduci, ci fraintendiamo, e qui avviene il senso. e questo è il motivo dell’incoerenza della mia teoria! quando essa chiarifica, mostra la contraddizione. anzi: quando essa chiarifica, ogni teoria viene mostrata nella sua contraddizione.

non esistono significati, esistono solo fraintendimenti. e non esistono sistemi di verità (non esistendono significati), e cioè epistemologie, ma solo metodi di conservazione dell’errore: e cioè metodi per coprire all’utente l’errore e diffonderlo.

February 6, 2010

LORENZO

Per quanto riguarda presenza nascosta, e qualificazione interna dell’Imprevisto credo sia sufficiente.

Non ho obiezioni da fare.

Ovviamente il discorso su Aristotele ha senso solo nella nostra dimensione, in quanto egli, in virtù del suo realismo gnoseologico, credeva fermamente nell’esistenza formale delle categorie logiche. Non “solo” un’epistemologia. Inutile comunque parlarne ancora.

C’è una forte contraddizione nel tuo paragone fra il modello evoluzionistico genetico e quello memetico. Proprio perchè nella dinamica genetica è fondamentale il concetto di selezione naturale, così, se davvero i sistemi epistemologici sono in concorrenza come tu dici, ci sarà una dimensione “reale” che seleziona quello che “merita” la sopravvivenza da quello che invece è troppo debole per sopravvivere. Suprema istanza del realismo, c’è una realtà che è fatta in un certo modo, e solo chi più si adatta ad essa e sopravvive a danno di tutti gli altri, ha il privilegio di esser chiamato vero. Non avrebbe senso che un sistema si auto-elimini da un momento all’altro, senza un imput esterno.

“l’affermazione della verità è totalmente arbitraria nel senso che ogni interpretazione la entifica “

Questa affermazione è il termine arbitrario della catena di deduzioni. Ti chiedo gentilmente di ampliarne la spiegazione.

E proprio riguardo a essa ti proporrò delle letture, contro il punto portante del tuo sistema ovvero: che realtà e linguaggio coincidono. Cito solo per appoggiarmi a pensieri (non deve diventare una disquisizione sul pensiero dell’autore, è solo un riferimento che avrà il privilegio della chiarezza).

Wittgenstein Tractatus 2.201:

“L’immagine raffigura la realtà rappresentando una possibilità del sussistere e non sussistere di stati di cose”

Il mondo è la totalità dei fatti, ogni immagine è anche un fatto, la sua Form der Abbildung è quella logica. Dunque ogni fatto è anche un immagine. L’intero universo può essere l’immagine del suo modellino. Però c’è la realtà della forma logica (cazzo, oh mio dio, Platone!) come “realmente esistente”.

Se teniamo conto della sezione che da lì partendo arriva alla 3, c’è un fortissimo riferimento realista, che culmina:.

2.225

“Un’immagine vera a priori non v’è” Quindi?

Qui prende piede: perchè abbia senso il linguaggio nella sua essenziale funzione veritativa è necessario che esista una realtà, sia pure contingente nelle sue specificità!

A questo proposito cito un’interessantissima analisi di Severino su interpretazione e linguaggio:

La Filosofia Futura, oltre il dominio del divenire edizione BUR pg. 215; 216 e 221

Il linguaggio appare “..solo in quanto appare la relazione tra il segno e il qualcosa di cui il segno è segno e che è in qualche modo presente nel segno. Tale qualcosa è il significato del segno. Il significato è la cosa alla quale il segno si riferisce – è il designato.

L’apparire del linguaggio è l’apparire della presenza del significato nel segno. E’ per tale presenza che il segno è segno….. se nel segno non fosse in alcun modo presente il significato, il segno non sarebbe tale..”

“Che il segno sia segno di qualcosa è una affermazione necessaria..Negare che il segno sia segno di qualcosa è negare che il segno sia segno..”

E ancora:

“…Anche la parola può essere segno di una parola…Ma anche in questo caso la volontà interpretante si arresta, di fatto, a una parola che non è a sua volta qualcosa di designato da un’altra parola…In quanto guidata da regole ogni interpretazione è una teoria il cui contenuto può sempre presentarsi, a sua volta, come una teoria. Ma ogni teoria rinvia a qualcosa che, pur potendo essere assunto a sua volta come una teoria, di fatto è assunto come qualcosa che è solo contenuto della teoria e non è a sua volta teoria. E’ questo contenuto a costituire il “dato” della teoria.”

Bene mi sembra una risposta forte, se ben interpretata.

Ed ecco qui: non è forse nella natura delle teorie e dei segni, presentarsi come esistenti (anche nel senso di uscenti fuori da sé, dalla propria dimensione teorica e reali in senso realistico)?

Credo che l’evasione dal linguaggio sia l’elemento fondante del linguaggio.

La realtà presuppone sempre l’esistenza di una teoria su di essa, così come ogni teoria proprio per sua essenziale costituzione è qualcosa si uscente fuori da sé.

Ultimo intervento che alla luce di questo apporto severiniano, si appoggia alla prop. 2.225 di Witt.

Ogni considerazione di carattere metodologico, anche del più schietto relativismo, di una totale distruzione dell’affidabilità al concetto di verità, presuppone che esso descriva “come davvero stanno le cose” ed è questo davvero a distruggere poi tutto.

Ipotesi, non potrebbe essere necessario che, proprio perchè ogni discorso presuppone la sua verità, ad essa sia necessario aderire assolutamente e prima di ogni altra cosa?

Nessuna immagine è a priori della verità?

Dall’alto della mia ignoranza fin’ora ho visto solo Heidegger far fronte a questo problema, pur non potendo divincolarsene totalmente. Esiste (notare come questa parola si adatti bene al suo soggetto) l’Evasione?

Un ultimo consiglio a carattere metodologico, non fare risposte delle mie controrisposte o non la finiamo più. Rispondi di volta in volta alla nuove domande e poi presenta qualcosa di nuovo, per vedere come va tutta ‘sta storia.

Ho ancora molte considerazioni ma le tengo per la prossima risposta.

January 17, 2010

WILLIAM

per “presenza nascosta” intendo la non circolarità del sistema epistemologico. infatti, il sistema epistemologico è cosciente (o meglio: permette la coscienza) di sé stesso solo quando applica il criterio al criterio. se questo non succede, come ad esempio nelle religioni pre-filosifiche (religione ebraica, religione greca, religione egiziana..) il sistema epistemologico non pone domande sul fatto del domandare. il domandare rimane una zona estranea al pensiero e quindi anche la valutazione della domanda. come scrive Reale, possiamo considerare la logica di Aristotele come il momento in cui si passa da una coscienza ad una autocoscienza, nella filosofia. Aristotele non è il primo a porre un sistema epistemologico (notevoli già il costruttivismo di Eraclito e l’assolutismo di Parmenide per non parlare di Protagora, Gorgia e l’intera filosofia platonica..); Aristotele è il primo a porre direttamente il problema del conoscere, e cioè Aristotele, ingabbiato all’interno del labirinto della sua filosofia, la esplora per mapparne le mura dall’interno. è per questo che non fornisce nessuna dimostrazione né del principio di terzo escluso né della validità del sillogismo: vi è dentro. ed è nella sua prospettiva interna che scorgiamo la fine della “presenza nascosta”, e cioè del primo vero e proprio sistema epistemologico autoreferenziale e quindi conoscibile.

ad ogni modo, noi possiamo parlare della presenza nascosta (o peggio: dell’assenza) solo nel modo in cui Heidegger potè parlare dell’Essere o Wittgenstein del Mistico, e cioè per segni, per metafore, per cenni. infatti, ogni tentativo di “avvicinare le parole al velo” trasforma le nostre parole nel tessuto dell’indistinto. ogni tentativo di parlare del Nascosto o dell’Assente gettano la luce sull’indistinto, distinguendolo, e cioè trasformandone la natura. possiamo però usare la via negationis sino e restringere il campo dell’impenetrabile togliendo progressivamente la pietra dalla statua che nasconde. con questo metodo ti dico che non si danno eventi che siano indipendenti da un sistema epistemologico. come anche Feyerabend dice: sono le teorie a determinare i fatti, e i fatti di una vecchia teoria determinano in contrasto le nuove teorie. lui parla di fisica, ma lo stesso vale anche più in generale; infatti, almeno io e te, possediamo una prospettiva dall’interno e solo quella. la direzione verso cui volgiamo lo sguardo è quella dei criteri che ci siamo scelti. quindi non è lecito parlare di qualcosa come l’Imprevisto nel senso che tu gli dai. l’Imprevisto si dà solo per ignoranza delle regole del gioco, nel senso: se pur il sistema non permette determinismo (e cioè la pre-visione dei risultati), la piena conoscenza dei criteri del sistema epistemologico ci avvisa del non-determinismo della nostra concezione del mondo. allora l’Imprevisto è previsto. ovviamente, la capacità del sistema epistemologico di conoscere sé stesso è la capacità dell’autoreferenzialità e non tutti i sistemi epistemologici (vedasi le religioni antiche, ma anche l’opinione di un non-studioso sul vero e sul falso..) ne sono muniti, seppure io credo si basino su di essa.

ogni valutazione sui sistemi epistemologici richiede l’uso di un sistema epistemologico. dalla mia epistemologia ti posso dire che i sistemi epistemologici non sono concentrici e che sono regolati dalla sola legge dell’autoconservazione. essi mutano, come muta il nostro materiale genetico, o meglio come muta (e in un certo senso “evolve”) con noi l’universo. essi sono in diretta concorrenza perché sono alleli dello stesso campo “memetico”. certo, possiamo riconoscere delle parentele tra sistemi epistemologici esattamente come noi riconosciamo parentele tra esseri umani e scimmie, o anche tra scimmie e cani, o anche tra cani e batteri. se vuoi, questo è come nella genetica un discorso storico: più lontana è la frattura nel tempo, più essa si sarà spalancata. questo spiega la “vicinanza” di cui parli tra i sistemi post-Aristotelici e quelli odierni in confronto ad esempio ad una epistemologia animista (gli Azende, per esempio).

l’affermazione della verità è totalmente arbitraria nel senso che ogni interpretazione la entifica. ogni teoria sulla teoria inevitabilmente pone il proprio marchio su sé stessa. e poiché la mia è una teoria arbitraria.. Feyerabend dice che la falsificazione di una teoria avviene prima della formulazione della teoria stessa: e cioè mentre formuliamo la teoria disponiamo già di materiale empirico sufficiente per falsificarla (cioè: prima di “tutti i corvi sono neri”, già sappiamo, in un certo senso, che esiste un corvo bianco. neghiamo quest’esperienza sin quando abbiamo gli occhi colmi di ideologia). questo significa in un certo senso che la teoria, finché è valida, è invulnerabile alla falsificazione perché essa stessa pone i fatti in un modo in cui la falsicazione è impossibile. un esempio è il sistema aristotelico-tolemaico e il sistema copernico-galileiano. come scrive Kuhn essi non sono confrontabili proprio per la loro interpretazione della circolarità: e cioè, dal modo in cui si guardano allo specchio. ovviamente lo specchio cambia di teoria in teoria e noi valutiamo gli specchi secondo la nostra idea di specchio (è curioso sapere che Galileo non aveva neanche una teoria decente della riflessione e della rifrazione, e in effetti neanche Keplero).

January 16, 2010

LORENZO

Il “mondo” appartiene all’Occidente e non il contrario. La nostra appartenenza è più che in comune. Propongo un primo abbozzo di critica.

È poco chiaro il concetto di “presenza nascosta” di un sistema epistemologico. L’indipendenza dell’accadere di un fatto, dalla sua conoscenza esprime pienamenta l’idea di Imprevisto. O in linea di massima Imprevedibile. L’indipendenza dell’accadere di fatti non determinati dall’Io empirico, potrebbe non sussistere fuori da qualsiasi esercizio di coscienza? La necessaria imposizione di un sistema epistemologico, presume che nell’atto della convezionalizzazione, in cui i termini di tale sistema vengono posti in misura della loro funzione, ci sia una materialità concettuale a cui l’esercizio della conoscenza possa fare riferimento. Nella sua totale informità/informalità (Parmenide, Eidos in quanto forma etc.). Inoltre potrebbe presentarsi una costante in ogni sistema epistemologico osservato, per induzione si potrebbe definirla certa?

I sistemi epistemologici non potrebbero essere concentrici? Ognuno più evoluto e comprendente l’altro? Storia? In tal modo avrebbe senso stabilire una gerarchia. Fino ad Heidegger e la sua differenza ontologica, a me sembra ci sia una sostanziale comunanza fra tutti i sistemi epistemologici postgreci.

L’affermazione precedente l’applicazione della verità, quella che la determina è totalmente arbitraria? determinata storicamente? socio-culturalmente? Ce ne è una migliore in senso etico? Anche se so già che tu risponderai che qualsiasi sistema di valori, è epistemologico-valoriale e ricade nello stesso circuito.

Logica. Bhe.
Il Valore di verità di tipo semantico teorizzato da Wittgenstein, nella sua pura formalità non è massimamente snaturante il significato? Per la prima volta nella forma non c’è immagine? Semantico-logico e semiotico. La logica è storica? Può quindi essere stata fraintesa nella sia essenza (logos, Heidegger)? Eppure ogni critica in questa direzione non può esimersi dall’usarla o dall’essere scherniti per averla rifiutata.

7:54am

WILLIAM

prima di discutere del problema della conoscenza vorrei riconoscere il mio patriottismo.

il mio amore per l’Europa non è un amore nato dal pensiero calcolante né è diretto risultato di una riflessione, è una questione di appartenenza. tutto quello che ho pensato e fatto negli ultimi anni mi ha vincolato all’Europa in un modo che non posso ignorare. il mio scopo non è dare la Verità-di-tutto, non è neanche dare una Verità. vorrei che non si usasse proprio la parola verità, neanche con la v minuscola. preferisco parlare di “giustificato” e di “ingiustificato”. e questo, ovviamente, secondo delle leggi appartenenti ad un sistema epistemologico. è bello che si usi la parola “giustificazione”, cioè rendere alla giustizia. è bello perché ci permette di parlare di leggi e di seguire la bellissima parola di Protagora: è il rispetto delle leggi che ci diamo che ci rende uomini. e qual è la legge più umana, almeno in Europa, se non quella che ci diamo per decidere se una frase sia da prendere come vera o come falsa?

non solo, io non mi aspetto neanche di offrire dei canoni di giustificazione o di ingiustificazione. cioè, non voglio proporre nessun “metodo”. questo non significa che io seguo la lezione di Feyerabend. non credo (sottolineo: “credo”) che non si debba usare un sistema epistemologico. “credo” che tutti vadano bene ma che almeno uno sia da scegliere. peggio ancora, non voglio neanche dare dei canoni su quale siano i canoni da scegliere, e cioè non voglio costruire un sistema epistemologico per scegliere un sistema epistemologico perché proprio per la sua natura finiremmo in un regresso ad infinito, cosa sicuramente non utile. quindi niente verità e niente proposte metodologiche. il mio unico scopo è quello di dare una nuova valutazione delle cose, una valutazione circolare che torna a sé stessa. non pretendo che le mie parole vengano accolte, mi riterrò soddisfatto che vengano anche solo lette sul serio.

le rinunce che ho fatto riducono drasticamente il pubblico che non s’indignerà leggendo le mie parole ma danno a queste un grande senso di onestà. non voglio alimentare quello che mi propongo di spegnere. il pubblico che mi aspetto non mi lanci pomodori è il pubblico tutto degli idealisti, qualsiasi forma decidano di prendere, e dei relativisti, qualsiasi forma anche loro decidano di prendere. io non sono né idealista né relativista. devo dire che la prima parola mi mette in difficoltà e la seconda mi affascina e confonde ma no, non sono né l’una né l’altra cosa. e non sono neanche nichilista né scientista, per quanto le mie conclusione siano a favore del nulla e della scienza. l’unica cosa che mi sento di essere è proprio figlio dell’Europa, e nulla di più.

* * *

io propongo di iniziare da una semplice costatazione. che si possa parlare di vero o falso al di fuori di un sistema di valutazione per noi non è più possibile. se mai fu possibile una verità non giustificata e ingiustificabile abbiamo cancellato le orme del nostro cammino. questa mia valutazione non è né vera né falsa perché avviene prima della scelta di un sistema di giustificazione e comunque non è mai esaminata da un sistema epistemologico. questo semplicemente significa che la mia valutazione è precedente ad ogni verità e falsità e non si cura della verità e della falsità. infatti

1 - poniamo per assurdo che esista “un modo” il cui il vero accade al di fuori del sistema epistemologico.

2 - allora una proposizione che segua il modo di accadere del vero è vera.

3 - 1 e 2 e 3 formano un sistema epistemologico.

non si richiede neanche la logica in questo meccanismo perché la logica è ovviamente un sistema di valutazione della verità, e quindi 1, 2 e 3 non sono (necessariamente) in contraddizione. non è necessaria la contraddizione perché sussista la giustificazione. quello che succede è che anche negando la nostra proposizione, questa comunque si afferma: il nostro accesso alla conoscenza nel mondo dipende sempre dalla presenza, anche nascosta, di un sistema epistemologico. siamo sempre dentro ad un sistema epistemologico, non è possibile per noi il concetto di “esterno”.